PARISI STORY

 

Da Voghera all’Olimpo e oltre…

Vita e carriera che si fondono e si intrecciano. Ecco Giovanni Parisi,  campionissimo che dopo Benvenuti e Oliva, in stretto ordine cronologico, è quanto di meglio la boxe italiana abbia offerto dagli anni ’60 in poi. Giovanni Parisi con le sue gesta olimpiche, di campione del mondo, di personaggio provocatorio, coraggioso, testardo, irriducibile sul ring come nella vita. Con lui la grande boxe si è fermata al suo ultimo match nel luglio 2000 a Reggio Calabria, allo stadio “Granillo”, e quasi per incanto è risorta, non appena, nel febbraio 2003 ne annunciò il rientro  a Bormio,  per poi restare in attesa, quasi fosse Giovanni Parisi, 38 anni, da Vibo Valentia, da sempre a Voghera, l’unico vero profeta di una boxe italiana sempre in cerca di eroi.Parisi con la sua azione scintillante, di fantasia e coraggio, di tecnica e di stile, è dunque sinonimo di boxe.
Ma Parisi è anche la storia, dura e struggente, di un bambino che a due anni sbarca nell’Oltrepò pavese, tra le nuove ciminiere della nascente industria e gli antichi campi di cereali tra cui campeggia il maniero dei Visconti.
Era il 2 dicembre 1967, arriva dalla Calabria al seguito di mamma Carmela capace di sobbarcarsi le durezze di una vita che non fa mai sconti e che la vede sola contro tutti. Arriva a Pavia con i figlioletti (Giovanni, Rosario e Giulia) che in tre non mettono insieme appena sei anni di vita.
E furono anni spietati e intensi. Gli anni in cui Giovanni carpì dalla madre la voglia di combattere, di emergere e quel senso di trasparente pulizia che ancora oggi gli batte dentro: quell’idealismo testardo, quella inedita sindrome di far valere sempre i propri diritti e di chi gli è accanto. Senza scorciatoie, senza sconti. Ed è in quegli anni di vita di vicoli e di ragazzate che Giovanni scopre il gusto intenso e unico dell’amicizia, della fratellanza da difendere e custodire fino in fondo.
O come quando si presta per aiutare i pugili che gli si rivolgono per un consiglio, per un appoggio, per uscire dalle secche di una carriera in crisi.
La famiglia si trasferisce a Voghera. Scuola materna dalle suore Canossiane, quindi elementari e medie statali, ma anche tanto oratorio al Don Orione. E tanto pallone. Giovanni è un centrocampista di fatica e talento. Geometria e mantici d’acciaio. Ne poteva uscire qualcosa di buono. Lo cerca il Casteggio Calcio, ma lo travolge la boxe. Ovvero il cimento, il rischio, la sfida. Quel gusto guascone che ancora oggi lo spinge a cavalcare l’Hornet, quasi fosse un destriero, in cerca di nuove avventure.
Lo travolgono le storie di campioni che gli racconta Livio Lucarno, ferroviere con il pallino della boxe. Il suo primo allenatore. Anzi il suo unico allenatore nelle cui mani ancora oggi Parisi si affida. Quasi ancora fosse quel ragazzo che a 14 anni salì sul ring, con rabbia infinita e infinita voglia di emergere.
Eppure quella rabbia che per tutti è il propellente per il successo per Parisi fu un boomerang. Era troppa quella rabbia. Era una rabbia suprema che lo travolgeva fino a spezzargli lo stomaco. Per anni Parisi ogni volta che doveva combattere era travolto dal maldistomaco. E nonostante questo saliva sul ring e portava la battaglia fino in fondo.
Furono così i suoi primi 40 match. Una lotta nella lotta. Una battaglia contro un demone che ti porti dentro, che sembrava compromettere definitivamente la carriera di talento così evidente e coinvolgente.
Uno spauracchio che Lucarno risolse rivolgendosi al prof. Mario Sturla e che lo curò consigliando i fatidici “Due cracker” prima del match.
Da qual giorno quei “due cracker”, fecero la differenza e portarono Parisi alle vette più alte della boxe italiana.
Sarebbe prestissimo diventato campione d’Italia dilettanti (!985-1986) e, sovvertendo ogni pronostico della vigilia, campione Olimpico a Seoul 1988, quindi Campione d’Italia dei professionisti dei leggeri (1991), e l’anno dopo campione del mondo dei leggeri Wbo, titolo mantenuto fino al 1994, per poi varcare l’oceano e tentare la grande sfida con El Campeon, Julio Cesar Chavez, l’invincibile guerriero messicano.
Pur di guadagnare il legittimo diritto a quella sfida andò incontro a Don King. Si presentò da solo al cospetto dell’elettrico e volubile promoter e si  sottopose, ancora una volta da emigrante solitario e spavaldo a 3 test contro pugili veri. Con umiltà e tanta rabbia. E
furono tre vittorie strepitose a Las Vegas, tempio della moderna boxe.
Quindi arrivò il match bello, intenso e sfortunato con Chavez con l’orgoglio per il coraggio profuso e l’amarezza per la sconfitta.
A King si sostituisce l’esperienza di Salvatore Cherchi, a lui si aggiunge l’intraprendenza di Andrea Locatelli, il broker cresciuto in Mediaset. Presto arriverà Damiano Lauretta al fianco del veterano Lucarno. Comincia così a nascere e formarsi quel gruppo di amici e di lavoro che lo accompagnerà fino ai nostri giorni tra alti e bassi, tra gioie e dolori, speranze e delusioni.
Arriva l’immediata rinascita con Sammy Fuentes nel mondiale dei superleggeri Wbo.Un grandissimo match. Il Palalido in delirio e il ko che arrivò all’ottavo round (1996).
Parisi rimase re incontrastato per tre anni. Rey, Miller, Wenton, Berdonce vennero spazzati via, gli resistette soltanto Carlos Gonzales, ancora una volta un messicano terribile, che prima gli strappò il pari e poi a Pesaro il 29 maggio ’98 chiuse la prima parte di questa splendida carriera.
Finalmente una pausa benedetta. Sudori, sacrifici, mani doloranti che ti lasciavano per notti insonni. D’improvviso tutto finito. Tutto dissolto. Finalmente Giovanni poteva impalmare la bellissima Silvia, strappata per amore alle sfilate milanesi di moda. Mettere su la villa nella campagna pavese, modellare una bella piscina sulla forma del guantone che lo portò alla indimenticabile vittoria olimpica (l’ultima e  mai più ripetuta da nessun pugile italiano!), regalare alla luce del mondo il piccolo Carlos.
Ritemprando le forze per le nuove sfide che anno dopo anno si susseguiranno. Parisi punta come il solito in alto. Cerca avventure che gli possono regalare nuove emozioni e grandi traguardi. La corona mondiale in una terza categoria di peso, magari passando per una tappa europea, unica corona ancora assente nella prestigiosa bacheca di casa.
La sconfitta con il possente portoricano Daniel Santos non intaccherà la determinazione dell’eterno ragazzo di Voghera. Arriva la secondogenita Angel, le vittorie con Miguel Lopez-Pena, Louis Mimoune e Lubomir Wejs nel maggio scorso a Praga.
Un match l’anno, mille sacrifici, una certosina preparazione e le jatture di tanti contrattempi fisici e di palestra.
Però Parisi non molla. I problemi alla mano, mai superati, ritornano ma non gli impediranno mai di coltivare la voglia di ring.

L’8 ottobre contro il francese Fredric Klose le luci della ribalta del Palalido saranno tutte per Giovanni.
L’avventura continua.

Antonio Creti